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13 Luglio (varie) Devis

lavori orticoli, fine agosto e settembre

Cari amici, come vi avevo scritto tempo fa, ecco la prossima occasione per conoscerci e lavorare un po' all'aria aperta. Abbiamo in progetto un nuovo orto, frutto delle passate esperienze, e per costruirlo c'è bisogno di una mano. Sarà una piccola opera destinata a durare nel tempo e avrà un importante significato.

Quando?
Abbiamo previsto tre periodi:
il sabato e la domenica della stessa settimana sono liberi, la casetta rimane a disposizione per chi volesse trascorrere due giorni in relax e fare una passeggiata nei dintorni.

Cosa si fa?
Il lavoro principale sarà la realizzazione del nuovo orto per la stagione prossima. Dopo qualche anno di esperimenti e vicissitudini abbiamo infatti deciso di strutturare il terreno con terrazzamenti e aiuole. Si lavorerà molto di pala e rastrello, si concimeranno le aiuole con il letame, si stenderà uno strato di pacciamatura, si realizzeranno dei mini tunnel in nylon, si trapianteranno biete e spinaci per l'inverno. Accanto a questa attività ci recheremo nel bosco per la raccolta e il trasporto della legna.
Altre informazioni le trovate sul sito alla pagina Ospitalità.

Cosa c'è a Pecoranera adesso?
Dopo alcune difficoltà e un'esperienza di gruppo interrotta, qui a Pecoranera troverete me, Devis, e Monica, la mia ragazza, che tiriamo avanti la carretta. Con noi c'è Daniele, il prof. di agraria citato nel libro, che sale una volta a settimana a darci una mano e qualche amico che ci viene a trovare di frequente. Non siamo un'azienda agricola con ettari di terra a coltura intensiva ma una piccola realtà di autoproduzione, molte chiacchiere ma anche tanto impegno. Non sempre risultati perfetti ma tanta voglia di mettere in tavola il cibo da noi coltivato.

Per aderire:
Scrivete pure a devis@progettopecoranera.it indicando il periodo che coincide con la vostra disponibilità.

Le alternative:
In Italia ci sono molte esperienze di decrescita e vita rurale, le trovate tramite la rete WWOOF (wwoof.it).

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13 Giugno (varie) Devis

tempo di bilanci

c'era una volta pecoranera. Poi arrivò il successo è spazzò via tutto. Gli amici gli voltarono le spalle, lui rimase plagiato dal bel mondo libresco e finì a zonzo, saltimbanco del peggior circo, mentre nei poveri campi abbandonati non crebbe più neppure una patata.

è un buon incipit, piacerebbe ai campioni del “tanto il mondo va così, che ci vuoi fare”. Scrivo un post tra il serio ed il faceto dopo mesi di telegrafici comunicati.

ripristinata la routine, con due settimane filate da passare nei campi, è tempo di bilanci.
Oggi è venuto giù un bel temporale; avesse grandinato non sarei di così buon umore.
Nel campo la calistegia attenta ai fagioli, nani e rampicanti, ma conto di darle battaglia per tempo. Il raccolto di legumi dovrebbe essere buono, forse migliore dell'anno scorso. Sul mais non ci siamo, il grillo talpa ha fatto strage nonostante la semina abbondante, dunque mi affido all'ormai storica annata duemilanove che risiede ancora in cantina con il quintale rimanente.
Potrebbe essere invece l'anno della patata, sia il metodo pagliereccio sul vecchio terreno che la tradizionale porca sul nuovo fanno bella mostra di robuste piante. Sui pomodori, caposaldo del mio piccolo orgoglio, niente da dire.
Per il resto, carote pervenute a macchie come al solito, difficoltà impreviste sulla bieta, cipolle stitiche, piselli in abbondanza, lattughe a profusione. Malattie sugli alberi del frutteto in attesa di sguardi esperti. Le pollastre prese a marzo che han cominciato finalmente a deporre.

tempo di bilanci, si diceva. Dal primo marzo sono passati esattamente centocinque giorni di cui circa ventuno passati a zonzo a fare presentazioni (il venti per cento), con quattro settimane e dodici persone che si sono alternate a darmi una mano nei periodi di ospitalità-lavoro. ZERO cazzeggio.
Ed eccomi qua a godere di un annata come tante, forse con meno superficie utilizzata, senza nessun passo avanti, ma di certo nemmeno una Caporetto a beneficio dell'Isola dei Famosi.

andarmene a zonzo per presentare il libro mi piace. Tanto quanto fare l'orto. Ogni volta ho la conferma che la gente pensa, si muove, fa. In particolare fa l'orto. Non ci avrei scommesso. A tutte le presentazioni sono pervenuto utilizzando SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la bicicletta o i mezzi pubblici, altro piccolo motivo per cui mi tocco gambe e braccia e mi dico: si, sono ancora me stesso.

rassicuro tutti, amici e parenti per primi. Perfino chi mi conosce ha dubitato. Ho dubitato pure io (non mi conosco abbastanza?). Figuriamoci chi osserva da lontano e coglie i miei silenzi elettronici come segno di snobismo.

metto un bel punto, e a capo. Chi passi di qua conti sul fatto che esisto (si, qualcuno ha ipotizzato che si trattasse di un bluff editoriale), che rispondo alle mail personalmente perché non ho una segretaria, che ho trecento piante di pomodori, ho seminato un quintale di patate, quattrocento postarelle di fagioli, non sono diventato milionario, non ho acquistato una Mercedes in leasing, e, più in generale, confermo quanto fatto sin qua e sto pensando come fare di più e meglio.

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03 Giugno (varie) Devis

prossime presentazioni

giovedì 7 giugno, ore 21.00 alla libreria Costainero di Castelfranco Veneto
sabato 9 giugno, ore 17.30 alla libreria Giunti di Pordenone

ebbene si, sto sempre in giro. Non scrivo più niente da un mese sul blog perché mi manca il tempo, mi manca il fiato. Non sono morto, ne plagiato dalla bella vita - le serre ci sono ancora, i campi pure, le galline fanno le uova. Ho fatto qualcosina in meno ma mi sono dato da fare grazie anche ai tanti che sono passati di qua a darmi una mano! Non mollo eh!

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10 Maggio (varie) Devis

prossimi interventi:

sabato 12 maggio, ore 18.00 – presso la libreria Ubik di via Mercato Vecchio a Udine.

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01 Maggio (varie) Devis

prossime presentazioni

venerdì 4 maggio, ore 20.30 – presso l'Oratorio del Cristo a Udine per la manifestazione VicinoLontano.

sabato 5 maggio, ore 16.00 – presso la libreria Ubik di Gorizia in concomitanza con la Notte Verde".

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30 Aprile (gli attrezzi del contadino) Devis

il pedalatore nottambulo

il ciclista di notte è un gatto nero, è un cattivo pensiero. E' una candela che si spegne piano in un mare di cera. Nel latte buio che gli si allarga tutt'attorno non ha che una speranza di salvezza: non smettere di pedalare.

ogni minuto che passa è un minuto in meno che lo separa dall'alba, come un vampiro rifugge i raggi del sole egli tenta di scansare l'ultima ora della notte. Il ticchettio dell'orologio biologico si fa scostante, le lancette vorrebbero avanzare ma sono incerte: il tempo del sonno e della veglia è stato compresso e dilatato, piegato alle necessità tra il martello della volontà e l'incudine della coerenza.

quand'è stato il momento d'infilarsi nell'abitacolo di un'automobile e teletrasportarsi a casa, il folle s'è infilato gli scarpini ed è scivolato, neppure più ombra, lungo uno stradone di paese. Tanto la giornata era finita nella testa, tanto s'è dato in animo di vivere una piccola avventura.
Che cos'è peggio? Accettare un passaggio amico, cedere a più miti consigli, oppure violentare il proprio pendolo interiore? Il ciclista nottambulo scansa queste ed altre domande proprio come scarta invisibili rughe sull'asfalto.

quarantasei chilometri e un alito di vento contro, alito che somma a se stesso la forza che il ciclista mette per accelerare il rientro. Chilometri che si fanno frazioni di chilometri, prossime curve lungo cui scivolare, rettilinei da superare d'un fiato.
Il ciclista batte spesso queste strade alla luce del sole cosicché gli riesce facile spegnere il fanale e ripassare ciecamente il tragitto che ha compiuto altre cento volte. Ogni sfumatura della traversata è sua. Prende una direzione piuttosto che un'altra non a seconda del genio del momento ma ponderando ogni centimetro dell'aspro rientro.

Ce la farà? Non è questo il punto. Il ciclista nottambulo sa che la meta è immobile mentre inesorabile sarà la sua pigra avanzata, domina la paura, scansa la solitudine, rinuncia alle consolazioni radiofoniche. Canta al cielo e si sbraccia in immaginifici trionfi. La sua unica occupazione è pedalare con dignità, magari lento – alla luce dei parametri diurni, ma senza scomporsi mai. Egli mantiene quel portamento regale che gli è riconosciuto in da un'azione mai incerta.

e mentre assapora il significato ultimo della propria follia, quando è prossimo alla condizione umana più antica, quella di trovarsi soli di fronte alla cieca necessità, con nient'altro a disposizione che le proprie forze, ecco che balugina in lontananza il borgo patrio. I lampioni disegnano la via di casa ed è un attimo alzarsi sui pedali ed inseguire, e poi afferrare, e divorare l'ultima fatica. Per questa notte almeno.

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11 Aprile (l'orto) Devis

un'inondazione verticale

fuori piove, da otto mesi non scendeva a questo modo. Riconosco finalmente la mia terra umida e uggiosa. Ritrovare l'acqua è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Inutile dire quanto campi e boschi attendessero questo evento, ed io con loro.

per quanto l'irrigazione da giardino con i suoi tubi gialli e le pistole a spruzzo possa darmi una mano, niente bagna la terra come le nubi che stancamente si dissolvono in una fitta inondazione verticale.
Questa pioggia mi da la misura dell'alienazione umana rispetto al pianeta. Si piange la mezza rovina di una vacanza pasquale mentre si dovrebbe gioire di quest'acqua che traina l'Italia settentrionale fuori da uno degli inverni più siccitosi dell'ultimo secolo.
No, non siamo ancora altro rispetto alla Terra. Se non fosse piovuto ci saremmo inevitabilmente lagnati delle conseguenze, avremmo tuonato contro il prezzo delle zucchine alle stelle.

nella stufa a legna vive ancora la fiamma, quando il sole non è nel cielo, è dentro il focolare. Da qui a poco uscirò per bagnarmi tutto, per raccogliere del radicchio, per sbirciare nella cesta delle galline se c'è qualche ovetto. Lascio le parole con le quali mi sono trattenuto finora e torno al nudo gesto, al mio mantra quotidiano – che inevitabilmente mi sembra un bene sempre più scarso in proporzione alle chiacchiere nelle quali mi dibatto!

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05 Aprile (varie) Devis

prossime presentazioni tra il 12 e il 15 aprile


si, qualcuno si sta chiedendo: come farà con le coltivazioni? Non è facile rispettare il calendario agricolo stando fuori casa almeno due giorni a settimana. Fortuna che l'autunno scorso ho scelto di far arare, dopo quattro anni, i campi, cosicché oggi sono bell'e pronti solo da fresare col macinino disel e seminare. L'auto produzione non è dunque in pericolo, alla peggio avrò qualche eccedenza in meno - ma se si fa un lavoro non se ne può fare un altro!

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28 Marzo (varie) Devis

sabato, presentazione a Trieste

sabato 31 marzo, alle ore 18.00, presenterò il mio libro presso la libreria Feltrinelli in Via Giuseppe Mazzini, 39 a Trieste. Sarà presente anche Alessandro Mezzena Lona, giornalista de “Il Piccolo”.

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27 Marzo (varie) Devis

esperienze analoghe alla mia

per le richieste di ospitalità contadina che non riuscirò a soddisfare suggerisco fin da ora un'alternativa valida per entrare in contatto con singoli, famiglie o gruppi che portano avanti progetti simili al mio, a volte pure più completi ed interessanti!

la WWOOF è una rete di aziende agricole di piccole e medie dimensioni, biologiche e biodinamiche e alcuni soci vivono delle loro coltivazioni e vendono i loro prodotti, mentre altri vogliono solamente essere autosufficienti, o semplicemente coltivare i propri ortaggi biologici.

tra queste vi suggerisco di cercare quelle più rustiche, che puntano sull'autosufficienza alimentare e poco altro, ce ne sono parecchie.

il sito dell'associazione dove trovate tutte le informazioni è wwoof.it

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26 Marzo (l'orto) Devis

autosufficienza alimentare, tra il dire e il fare

il contadino felicemente stressato dagli impegni editoriali ritrova un problema comune a tutto il mondo civile: non ha tempo per cucinare. Per fortuna può rivolgersi all'osteria con cucina da mammà, pranzo in famiglia.
L'ottuagenaria nonna Eugenia sta perdendo qualche colpo e le storie di una volta non le riescono brillanti come al solito. Il quasi ottuagenario padre Virgilio è mezzo sordo, e non vuole dar troppo fastidio ai due normo-uditivi della tavolata: io e mammà. Anche se i mezzi non ci mancano preferiamo un tranquillo silenzio interrotto da sparute informazioni indispensabili al prosieguo della giornata.

dunque mangiamo gnocchi di zucca. Mentre mastico lentamente passo in rassegna gli ingredienti del lauto pasto e ne valuto la provenienza per farmi un'idea di cosa c'è dietro ogni boccone.
Con la zucca e le uova siamo a posto, autoproduzione totale. Se però vado un passo indietro nella catena alimentare ecco che spuntano delle granaglie spezzate (acquistate) che hanno nutrito le pollastre in questi tempi di magra.
Immagino che la farina tipo '00', con cui sono stati impastati gli gnocchi, sia prodotta a partire da grano americano a maggiore tasso proteico. L'olio è pervenuto dalla Puglia, con corriere espresso, in un grazioso pacco dono di una mia cara amica.
Il sugo di cipolla e pomodoro è autoctono ma due commensali su quattro gli preferiscono burro fuso e ricotta affumicata: si tratterà di produzioni locali?

si passa al contorno: insalata, radicchio e rucola conditi con olio e aceto (balsamico di Modena, in modica quantità grazie al tappo vaporizzatore). Pane fresco a domicilio con furgoncino proveniente dal panificio a dodici chilometri da Raveo. Questa non ci voleva!
Acqua San Rubinetto anche se la nonna preferisce quella in bottiglia di plastica perché ai suoi tempi le bollicine erano un lusso. Vino bianco, piuttosto forte – scoprirò poi durante il pomeriggio, prodotto in Friuli e acquistato sfuso da un'amica di famiglia.
Per finire una fetta di formaggio della non vicinissima latteria di Venzone (trenta chilometri) che raccoglie il latte della montagna friulana come il Tagliamento fa con le sue acque.

caffè? Oddio, quanto disterà il Sud America? Per non parlare delle monoculture dove sfacchinano i peones! Magari domani. E il cioccolato al latte? Mi faccio il segno della croce, ripenso a Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan, e ne ingollo una riga intera. Con tutti questi pensieri per la testa non si può neanche pranzare in pace!

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16 Marzo (varie) Devis

periodi di lavoro campestre e baldoria serale

ai tanti che già mi hanno scritto e a quelli che lo faranno, dopo lunga meditazione ho da proporre tre periodi da cinque giorni ciascuno da passare assieme a zappare la terra e non solo.

dico cinque giorni e non una settimana perché mi riferisco al periodo lavorativo dove per forza di cose sarò presente, poi chi vuole può rimanere nel fine settimana per godersi la tranquillità della casetta e fare qualche giretto nei dintorni. Nel frattempo il sottoscritto che contrariamente al proprio agire è un misantropo cronico si aggirerà per i campi rispettando il voto di silenzio oppure si leverà dalle scatole saltando sulla bicicletta per raggiungere lidi solitari.

ecco tutto, prendete questo invito con beneficio di inventario perché cercherò di aggiustare le date per avere arrivi e partenze sincroni e incastrarvi i recenti impegni editoriali. Le informazioni di base su vitto, alloggio e lavoro le trovate nella sezione Ospitalità.

a seguire ci saranno anche due o tre periodi in pieno maggio e forse a giugno (quelli sono i giorni sfigati dove non si semina ma si passa tutto il giorno a levare erba!). Seguiranno comunicazioni. Scrivete tutto a devis@progettopecoranera.it e riceverete una mail dove tenterò di farvi passare la voglia di venire!

- da giovedì 5 a lunedì 9 aprile
- da lunedì 23 a venerdì 27 aprile
- da lunedì 30 aprile a venerdì 4 maggio


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14 Marzo (l'orto) Devis

fare una polenta

è quasi ora di pranzo e mi alzo sui pedali per divorare l'ennesima salita. Dalle case assiepate ai lati della strada come due ali di folla, si spande: l'aria di polenta.

ribolle furiosa l'acqua nel paiolo e cade una pioggia di farina. Si apre lo sportello del focolare e la fiamma scalpita, incalzata da schegge d'abete. Frigge una goccia di resina che sprigiona il profumo del bosco tra queste mura.
«All'inizio ci vuole un gran fuoco, così non si sbaglia.» Nonna dixit, primo comandamento. Cade la farina e si agita il mestolo di legno, prima attento per evitare che si formino grumi, poi rapido quando il bollore incalza, infine carezzevole quando il giallo impasto pare ormai domo e la sua consistenza è quella che si è imparata a conoscere.

«circa trentacinque minuti da adesso», secondo comandamento. Ma il polentaro esperto non guarda le lancette, non conta i minuti. Osserva attonito levarsi il primo filo di fumo accompagnato dal sibilo che viene dalle viscere della novella polenta. L'uomo non ha fatto colazione perché il lieve appetito rende languido ogni suo gesto. Beve un bicchiere di vino bianco e nel calore della stufa a legna sprofonda nell'estasi.

gira e volta, mestola e rimestola l'impasto, nel gesto che val bene un mantra indiano. Ad un tratto trasale dal torpore, il suo volto si fa sgomento e cerca gli occhi della vecchia madre. Domanda: “hai messo il sale?” «Mai dimenticarsi il sale», terzo comandamento. La polenta scipita è immangiabile. Il sale c'è, andiamo avanti. La stanza è invasa dalla fumera bianca cosicché la moglie può lagnarsi e spalancare la finestra, e il fumo si spande, e il viandante s'inebria e affretta il passo verso un'altra cucina dove l'attende la sua polenta.

la vecchia madre si ricorda d'esser suocera e striglia il sottoposto: “lasciala riposare un poco”, quarto comandamento, «non tormentare la polenta.»
L'uomo dimentica il mestolo e si abbandona davanti lo sportellino aperto del focolare. E' primavera e fa già caldo. La polenta si contorce rabbiosa reclamando nuove amorevoli carezze. Soffre sgomenta mentre il polentaro attizza ancora la fiamma. Non vorrà per caso bruciarmi? Ma una sottile crosticina s'è già fatta sul fondo e ai lati, a contatto con la massiccia parete di ghisa.
Entra un bambino e anche quello vuol giocare con la polenta. L'uomo lo solleva e lo sporge in avanti ed ecco che afferra il mestolo ma non è ancora forte abbastanza da manovrarlo.

ed infine viene il momento. Si leva il legno e si fa un assaggio per decretare che si, è proprio cotta. Si solleva il paiolo e nella piastra rimane il cerchio vuoto da cui ruggisce la fiamma: “Dove scappa quella?”
La polenta vola, vola verso la tavola dove l'attende il tagliere massiccio. Quindi plana, e s'impenna il paiolo e subito la mano dell'uomo lo spinge sottosopra. Dall'elmo capovolto, mentre il bambino pensa già alle deliziose crosticine, ecco che sbuca e poi scivola e poi s'adagia: la polenta.

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08 Marzo (varie) Devis

presentazione del libro

mercoledì 14 marzo alle ore 18.00 presenterò il libro alla Feltrinelli di Udine (via Paolo Canciani, 15), chiacchierando con Massimiliano Santarossa, giornalista del Messaggero Veneto. Per chi fosse nei dintorni...

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05 Marzo (l'orto) Devis

dieci primavere

la mia discrezionale primavera fenomenologica scatta oggi. E' pur vero che nei giorni precedenti ho seminato piselli e ravanelli in serra, ma si è trattato più che altro di un omaggio a tanto sole fuori norma.
Ho stabilito, e mi pare un parametro inattaccabile per quel che riguarda l'arco alpino, che l'inizio della primavera coincida con la prima pioggia che non è neve e neppure nevischio, che è calda e umida e cade su un terreno che, scongelandosi, permette di piantarvi i tre denti di una forca ma non la lama tozza di un badile.

con questo approccio scientifico decreto il via ai lavori orticoli e mi accanisco su mucchi di letame ancora congelati sul lato nord.
Mentre mi adopero per smuovere la merda dal suo torpore invernale medito su questo nuovo inizio. La Natura torna alla vita ed io con lei, proprio quando le vicissitudini personali scivolano in vicoli ciechi ecco che le piante mi trascinano nella loro rinascita, mi restituiscono all'eterno ritorno. Come un seme sopravvissuto a tanto gelo, anch'io ritrovo il sopra e il sotto per capire in che direzione germogliare e in quale altra metter radici.

Sentirsi collegati a qualcosa di più grande, qualcosa che vive con, per e nonostante noi, che continua prima, durante e dopo, è una consolazione contro la labirintite futuristica.
Conto le primavere. Sgrano un pugno come un rosario e non mi bastano le dita. Adopero l'altra mano e mi salvo in extremis. Sul mignolo sta l'ultima, questa primavera. Sono dieci, un piacevole brivido di eternità mi percorre da capo a piedi. Al diavolo tutti i progetti, le parole, le paure, i ragionamenti – mi aggrappo a due mani a questo chiodo fisso trovato inaspettatamente quando pensavo di cambiare il mondo. Sarà il mondo a cambiare mentre io resto qua, «sicuro come il ritorno delle stagioni», come diceva il Grande Capo Capriolo Zoppo.

ma con questo cielo a lutto è impossibile non avere anche un pensiero grigio. Quale sarà il marzo a vedermi orfano dalla linfa vitale, trapiantato altrove, magari su grigio cemento, corrotto o impossibilitato a perpetrare gli amati rituali?

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29 Febbraio (l'orto) Devis

un caldo letto di... merda!

il barometro segna “primavera”, finalmente si può parlare di agricoltura. Pare che tutte le chiacchiere di un inverno non valgano il profumo della terra che sto innaffiando e il rosso rubino del redivivo radicchio rosso a cespo che sei mesi dopo la semina, attraversando tutto l'inverno con le foglioline piccole piccole perché non aveva fatto tempo a crescere, sboccia e dice: presente.
Se è sopravvissuto lui alle gelide notti di gennaio come potrei abbandonarlo per le effimere glorie mediatiche? Caro radicchio, ci sono. Che tu faccia il cespo o che ti butti a seme lasciandomi a bocca asciutta, sono qui a meravigliarmi della tua resilienza vitale.

oggi ho attivato il cassone a letto caldo. Si tratta di un box di tre metri per uno, alto cinquanta centimetri, con una vetrata come copertura. Dal “Manuale dell'Orto-Frutteto” di John Seymour apprendo che prima dell'avvento delle serre riscaldate era questa la tecnica per forzare le piantine ad inizio stagione.
Ho riempito il cassone per metà della sua altezza con letame fresco di vacca. Poi mi sono curato di annaffiare per bene prima di ricoprire con cinque-dieci centimetri di terra di riporto. Ho calato i due finestroni per dare il via al processo di cogenerazione.
A questo punto il lavoro di compostaggio di microorganismi e lombrichi dovrebbe iniziare a produrre il calore necessario a mantenere caldo il cassone anche in caso di proditorie gelate marzoline.

sui manuali è sempre tutto facile ma le basi scientifiche mi sembrano solide. Domani seminerò pomodori, melanzane e peperoni nei vasetti di torba. Da qui a una settimana, quando spunteranno le prime piantine nei plateau sposterò tutto nel cassone caldo.

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12 Febbraio (società) Devis

mangiare con la testa

Sono al supermercato per procurarmi quei beni voluttuari cui non rinuncio mai. Birra e cioccolata su tutti. Cioccolata in particolare, in tutte le declinazioni, dalla barretta alla merendina ripiena.

in quest'epoca il cibo è come una puttana, sempre disponibile – basta pagare. Sugli scaffali del supermercato vedo di tutto e di ogni cosa vorrei fare incetta ma rimango ancorato ai peccati di cui sopra. La bici l'ho lasciata fuori, la crisi ipoglicemica mi fa salire la bava alla bocca. Immagino un mio progenitore della savana con lo stesso languore mentre sta alle calcagna della preda.
La mia lancia è il braccio, l'allungo e afferro una preda già morta, lavorata e confezionata. Meno cruento, colgo dall'albero-scaffale un frutto mai scarso, sempre perfetto ed identico a se stesso.

il mio cervello di homo sapiens non ha fatto in tempo ad adattarsi al nutrimento pret a porter. Non c'è più una soglia di sicurezza tra il mio cervello vorace e il cibo. Lo spazio che mi separa dalla preda è nullo, gli sono già sopra. L'albero della cuccagna striscia a terra e produce dolci frutti in tutte le stagioni. I campi sono una valle verde e il manzo sorride da dentro la sua scatoletta.
Non c'è confine se non nel prezzo sempre più scontato. Se niente vale, posso permettermi di tutto. Ecco che un cibo è come l'altro, per provenienza, impronta ecologica e salubrità. Mangiare con la testa è un esercizio faticoso ma necessario se il limite di un bene scarso è stato abbattuto ed è la nostra coscienza a dire l'ultima parola.

ma la ragione non ha ancora sostituito stimoli ancestrali ed ecco che ci ritroviamo persi, davanti allo scaffale, vittime della nostra biologia opportunamente stimolata dall'ammiccante confezione o dall'ingrediente segreto.
Per oggi ho deciso il mio confine, ho riempito il mio cestello e mi sento colpevole quanto basta. Esco all'aria aperta e ripenso alle parole di Michael Pollan che, nel suo libro il “Dilemma dell'onnivoro”, dichiara che «mangiare è un atto agricolo, ma è anche un gesto ecologico e politico. Nonostante tutti i tentativi di occultare questa semplice verità, il nostro modo di alimentarci determina in larga misura l'uso che noi facciamo del mondo – e ciò che sarà di esso».

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05 Febbraio (l'orto) Devis

Phaseolus vulgaris

Chi mangia più fagioli al giorno d'oggi?
«E' la carne dei poveri», dice l'uomo a braccetto della sua signora – lui che mangia la carne dei ricchi misura il suo quarto di nobiltà nel dolore al piede e in tasca si ritrova le pastiglie per la gotta. «Sono una pietanza indiscreta», pensa l'occhialuta donnetta al suo fianco. Dice al marito: «gli preferisco il seitan guarnito con l'alga wakame».
Tra prosperità e cibi eco-chic, ci siamo dimenticati dei nostri legumi. Negli anni ottanta gli yankee ci convinsero che manzo è bello e la dieta iperproteica un toccasana. Poi arrivò la moda dei polpettoni vegan dall'oriente a insegnarci come si fa.

un po' d'amor patrio, signori! Il cibo è anche questione d'onore. «La forza di una nazione si misura nei suoi campi», sentenziava solenne la vecchia zia Dirce, palesando un'antiquata concezione geopolitica.
A me è sempre piaciuto dar retta ai vecchi. All'apparenza dicono cazzate fuori dal tempo, ma poi si scopre che non han proprio tutti i torti.

in Carnia dici legume, dici fagiolo. Nessun campo manca di verghe piantate dure nella terra a tener su il groviglio del rampicante. Patata, fagiolo, patata, fagiolo, patata, fagiolo: è la tappezzeria classica della campagna dei dintorni di paese.
I fagioli freschi sono più ambiti perché, appunto, meno indiscreti. Ma è da secchi che sviluppano colori e consistenza ben definiti. Nonna Eugenia non va volentieri a messa però sgrana baccelli secchi come rosari. Ai primi freddi dell'autunno accompagna la funzione con una litania di storie sulla vita di una volta.

io ascolto l'ennesimo «si stava meglio quando si stava peggio» e aiuto l'anziana trebbiatrice, un poco maldestro. Lei siede diritta e sgrana, io sto sghembo per aver sott'occhio il baccello e non duro un momento. Nella ciotola finiscono grani di mille colori. Guai a mescolarli perché han tempi di cottura diversi. Rosso rubino o bianco screziato. Bianco screziato di rosso o marrone. Ma se fosse il beige ad esser screziato? O addirittura il viola?
Viola, non ci potete credere. Sono i più grossi. Si tratta del phaseolus coccineus grande quanto una nocciolina. Cotto, lasciato raffreddare e scaldato un attimo fino a crepare la pellicina, denuncia la consistenza e il sapore della castagna. Ad occhi chiusi l'inganno è servito.

Siedo dunque con i commensali: il convitato di pietra di questo pasto invernale è proprio il fagiolo. Polenta e fagioli – prendere o lasciare. Fagioli con cipolla e, quando s'esagera, cipolla con fagioli. Un cibo irriverente per il quale serve buona fame, non i languorini dei tempi moderni.
Nella foto, nove varietà diverse coltivate nelle stagioni passate.

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30 Gennaio (società) Devis

petizione per l'agricoltura contadina

contadino è colui che coltiva la terra per sostentarsi e commerciare l'eccedenza del raccolto per integrare il proprio reddito. L'agricoltore invece rappresenta solo un fattore produttivo immerso fino al collo nell'economia di mercato.
La figura del contadino è stata abolita perchè non asservibile alla grande crociata per l'aumento del PIL globale. Gli hanno messo alle calcagna commercialisti, notai e astrusi regolamenti UE per metterlo letteralmente: fuori legge.

la possibilità di coltivare un fazzoletto di terra e trarne sostentamento deve essere un diritto inalienabile dell'uomo ma tutto fa supporre che si stia lavorando in direzione contraria.
Il contadino fa paura, è potenzialmenente distruttivo perchè le sue sono attività su piccola scala, economie di prossimità difficilmente assimilabili al grande agri-business, impossibili da tracciare, sottomettere o perseguitare. Il contadino è un attore della descrescita perchè proprio dalla crescita è stato alienato. E' un sabotatore di PIL e la sua stessa presenza è testimonianza che un modo di produrre e consumare diverso è perfettamente possibile.
Di seguito riporto l'incipit della campagna popolare per re-istrituire questa figura:

campagna popolare per una legge che
RICONOSCA L’AGRICOLTURA CONTADINA
E LIBERI IL LAVORO DEI CONTADINI DALLA BUROCRAZIA


ESISTE
un numero imprecisato di persone che praticano un’agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull’economia familiare, orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta; un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un’agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra (soprattutto in montagna e nelle zone economicamente marginali), per mantenere ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne e la montagna.

Per quest’agricoltura che rischia di scomparire sotto il peso delle documentazioni imposte per lavorare e di regole tributarie, sanitarie e igieniche gravose,

per ottenere un riconoscimento che la distingua dall’agricoltura imprenditoriale e industriale, per ottenere la rimozione degli ostacoli burocratici e dei pesi fiscali che ostacolano il lavoro dei contadini e la loro permanenza sulla terra, [Leggi tutto >>]

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22 Gennaio (società) Devis

ora civile e ora solare

sono disoccupato e avulso partecipe di quel quarto di giovani italiani che stanno alla finestra, fuori dal mondo dell'istruzione e del lavoro. In realtà sono sempre molto impegnato in attività non monetizzabili che rispondono al vecchio adagio: «ogni soldo risparmiato è un soldo guadagnato.»

qualche giorno fa, per recarmi a Venezia dall'editore, mi è toccato di svegliarmi con l'ora civile. Alle sette faceva ancora un freddo boia e il sole stava risalendo la collinetta che condanna il paese a un'ora buona di aurora supplementare.
Viaggiando in corriera e in treno ho incontrato il resto del mondo, quello di chi si alza la mattina presto, quale che sia la stagione, e va a lavorare o a studiare. Quella devianza dal sorgere del sole, lo svegliarsi quand'è ancora buio, ha rappresentato per me una piccola violenza a cui non ero più abituato.

da tre anni non lavoro più in ufficio e avevo dimenticato quale sgomento comporta per il corpo levarsi dal letto quando il Pianeta averebbe ancora da ruotare un pochetto.
Ogni mattina mi sveglio quando i primi incerti raggi del sole battono sulla parete sud di casa mia. Mai prima, ma neppure dopo perché perdere il passo della giornata è altrettanto fastidioso. Passando dalla camera da letto alla cucina vengo investito dalla luce che in un lampo si è fatta più decisa e fa sentire la stanza meno fredda.

con l'approssimarsi della primavera, quando il lavoro nei campi torna poco alla volta e la buona stagione mi chiama a vivere i giorni pienamente, anche il sole si accorda con il contadino che si sveglia, alba dopo alba, qualche minuto prima.
A questo mi riferivo nel titolo. Da disoccupato ed estraneo al sistema, da contadino, ho il privilegio di sintonizzarmi con la vera ora solare, l'unica che sento biologicamente compatibile con il mio corpo.

postilla: al ritorno ho fatto visita a mia sorella fermandomi da lei a dormire. La mattina successiva, ore sei e trenta, ho potuto assistere al traumatico risveglio della mia nipotina che frequenta la prima elementare. Mi ha fatto tenerezza, buttata giù dal letto come una piccola recluta del grande ingranaggio formativo. Non credo che per molti adulti questo sia un problema, ma potremmo almeno risparmiare ai bambini queste piccole storture?

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12 Gennaio (l'orto) Devis

polenta e latte

qualche tempo fa, in occasione della manifestazione gastronomica Sapori di Carnia, col petto gonfio d'orgoglio e nelle vene solo sangue friulano DOC, e qualche scoria di Cabernet dalla sera prima, proposi solennemente una colazione a base di polenta e latte.
I commensali di allora acconsentirono, si trattava in fondo di un esperimento . La polenta (serve dirlo?) fu la nostra. Il latte lo fornirono valenti mucche pezzate alpine che prestavano servizio presso una locale stalla.

non ricordando l'esatta combinazione degli ingredienti – polenta calda e latte freddo o polenta fredda e latte caldo – mi rivolsi pieno di fiducia a San Google e non a Nonna Eugenia che era dalla zia.
Ed ecco che accadde il fattaccio. Il quarto risultato fu (ed è ancora) un articolo del Corriere della Sera dal titolo: “Cibo e tumori: i veri rischi di polenta e latte.

trasalii sgomento dal torpore mattutino. Lessi l'articolo che avverte dei rischi delle micotossine mai prese in seria considerazione sino ad oggi. L'esimio prof. Veronesi ci avverte del rischio di prenderci tutti un canchero a causa di queste muffe.
Il problema si riscontra nella quasi totalità delle produzioni vegetali e ha numerosissime cause: stress idrico della pianta, virus, carenze minerali del terreno, cattivo stoccaggio dei raccolti per umidità e temperatura. Una iattura universale, il castigo divino.

possibili soluzioni? Va detto che si potrebbe intervenire con l'irraggiamento solare - però è troppo complicato, con le microonde - però è difficile applicarle su larga scala, con il bisolfito e l'uso di ammoniaca - peraltro vietati in Europa, con la lotta biologica - ma è complicato e costoso.
Per fortuna Veronesi ci ama e può dunque illuminare noi bifolchi di campagna su cosa fare per scansare il canchero assicurato: coltivare varietà OGM opportunamente progettate.
«Ma certo!» pensai, «come posso essere stato così sciocco da espormi a tali rischi! Quelle pannocchie appese in serra, quella robaccia la brucerò oggi stesso per coltivare del cibo sicuro. Sissignori, OGM – il cibo del futuro, il cibo pulito!»

questa è la logica con cui un giorno si presenteranno al nostro campo e, carte alla mano, diranno: «Signor Pecoranera, questo che lei coltiva, questo mais, è merda, è sporco, neppure ai porci lo deve dare. Altrimenti l'additeremo a pubblico untore. Si affidi a noi, noi che ci adoperiamo per un cibo pulito e certificato.»
Bene, dicevo più o meno queste cose agli sciagurati commensali di quel giorno quando convenimmo che polenta e latte assieme non sono proprio il massimo. Ma tutto il resto rimane eh! Non facciamoci fregare dai cancheri!

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05 Gennaio (varie) Devis

ho scritto un libro

già sento uno strano ronzio alle orecchie. ”Ecco, l'abbiamo perso.” Ebbene si, le sirene dell'editoria mi hanno chiamato al naufragio contro gli scogli dell'autocompiacimento.
Mi vendo, canterebbe Renato Zero. Quando, un anno fa, fui contattato dalla Marsilio, casa editrice con sede a Venezia, non ebbi dubbi.

non vi annoierò con le storielle sull'importanza di comunicare certe tematiche su media che non siano internet. Non mentirò proclamandomi santo e immolato sull'altare dei buoni propositi.
dichiaro la mia prostituzione intellettuale! Come per il video di MTV, confesso che ho tradito senza remore; mai mi sono chiesto: è il caso di farlo?
Mi sono prostituito con passione e veemenza. Adoro scrivere più di quanto ne sia capace. Così, ho scritto. Nonostante il peccato originale che macchia la mia opera, ho raccontato la piccola storia di pecoranera cercando di far intendere la forza e la convinzione della mia scelta.

non è dunque un manuale di orticoltura, non è una guida all'ecovillaggio fai da te, non è un compendio di cose già scritte su questo blog, non sarà una pietra miliare della letteratura moderna.
Ho cercato di parlare con sincerità di come ho provato, e provo tuttora, a vivere altrimenti. Con note tragiche e comiche – a volte epiche. Ci ho messo tutti gli errori che ho commesso, non per evitare ad altri di sbagliare, ma per rappresentare la dimensione del viaggio che a volte ci costringe a tornare sui nostri passi. Di certo non ho spiegato come si fa.

il libro esce il 7 marzo. Dopo devo piantar patate!, dissi a quelli della Marsilio quando si parlò di tempi e modi. Se ho peccato, almeno in questo sento di essermi redento: i campi – prima di tutto!
Qui c'è il link alla scheda del libro sul sito dell'editore e qui la pagina facebook.
E qui sotto, ecco la copertina:

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02 Gennaio (gli attrezzi del contadino) Devis

casa mia fatti capanna

mio padre non ci vede un accidente. Prende il filo nero al posto di quello blu e il cacciavite gli scappa di mano perché ha il cuoio al posto della pelle. Io non ci prendo con l'elettronica, ma almeno ci vedo bene e ho le manine del piccolo lord.

papà, torna a piastrellare che qua finisco io. L'ottuagenario progenitore si allontana borbottando. Sta (stiamo) ristrutturando un vecchio fienile in centro. E' pure sordo, così gli grido che la prossima volta che riattacca la corrente senza avvertirmi, mollo l'impianto elettrico a metà e non torno più.

vengo a giorni alterni, tre no e uno si. Sono qui con una missione palese, impadronirmi del saper fare. Mio padre conosce tutto ciò che ha a che fare con la costruzione di una casa. La missione segreta, invece, è quella di recuperare un rapporto col vecchio, ma qui andiamo sul personale.

il mio stage si prolunga da parecchie ore e mi pare che l'impianto elettrico vada disvelando i propri arcani. Cioè, è una monata. Per di più è tutto materiale nuovo e funzionante: le scatole e i tubi sono grandi abbastanza e i fili si sa da dove partono e dove arrivano – non come quando si fulmina qualcosa a casa e ci impiego un giorno per decriptare le fantasiose disposizioni di un mio padre ventenne alle prime armi.

mi ricordo che, un'estate fa, partecipai alla posa delle travi del tetto e scrissi qualcosa di romantico (se aprite il link scorrete fino al terzo intervento) sul fatto di partecipare alla costruzione della propria dimora. Era una cosa normale fino a poco tempo fa. Mentre avvito un portalampada rifletto che oggi ci è fatto mistero di qualcosa che è perfettamente alla nostra portata, che la casa è diventata complicata e ingestibile dai suoi abitanti. Ma se la vedeste ora, in cantiere, con i tubi dell'acqua e gli scarichi per aria, senza piastrelle e intonaci, la casa, per così dire nuda, pare molto meno complicata di quanto si possa immaginare.

Per oggi ho finito con il rame. Di solito scivolo via silenzioso ma ho una curiosità impellente .
Che c'è da fare dopo? (urlo)
Piastrelle. (borbottando)
Passo. (dico ma non mi sente)
Quello dopo ancora? (parlo un po' più forte)
Il caminetto. (infastidito da domande superflue)
Ci sarò. (lo penso solamente per non prendere impegni ufficiali)

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