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21 Maggio Devis
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Il termine "ecovillaggio" e l'immaginario collettivo

Da tempo rifletto sulle reazioni suscitate nell’immaginario comune dal termine “ecovillaggio”.
Vorrei aprire qui una piccola riflessione su cosa questo termine comporta iniziando dalla definizione data dallo stesso GEN (Global Ecovillage Network) a Snyder nel 1999:
"Gli ecovillaggi sono piccole comunità rurali o urbane che integrano una struttura sociale basata sulla solidarietà con attività pratiche legate alla progettazione ecologica”

Molte persone che sono venute in contatto con Pecora Nera mi hanno trasmesso la sensazione che chi si avvicina al mondo degli ecovillaggi si trovi in difficoltà nell’intraprendere la sua iniziativa proprio per il difficile confronto tra i propri mezzi e l’obiettivo finale cui si aspira.
Ecovillaggio è sinonimo di un gruppo consolidato (una decina di membri), di case isolate nel cuore della campagna, di abilità e organizzazione atte di soddisfare gran parte dei bisogni primari.
Di fronte a questa percezione molti si trovano in difficoltà perchè per approdare ad un risultato del genere richiede grande forza interiore, la condivisione con altre persone e mezzi economici che non tutti possiedono.
Ed allora come si definisce una famiglia che coltiva un appezzamento di qualche centinaio di metri quadri soddisfando buona parte del proprio fabbisogno alimentare, che si è dotata di pannelli solari temici e fotovoltaici e più in generale è sensibile a iniziative socio-ambientali?
Non rientra di certo nella percezione comune di ecovillaggio, ma è sicuramente un’iniziativa di rilievo che può diventare una proposta concreta per molte altre persone.

C’è bisogno in un termine per definire quello che sta fra la società e gli ecovillaggi, un termine che definisca un gruppo o un singolo che si impegnano a coltivare la terra, ad utilizzare energie rinnovabili per ridurre la propria “impronta ecologica” e a sensibilizzare la collettività sulle tematiche socio-ambientali.
Un termine che funga da ponte e che porti agli ecovillaggi ma non solo. Un termine che, a mio avviso, consenta a molte altre persone di avvicinarsi a questo mondo.

E’ aperta la discussione, pubblicherò sul blog gli aggiornamenti sulla mia proposta. Per condividere le vostre opinioni scrivete a devis@progettopecoranera.it e mi curerò di pubblicarle nella sezione dedicata.
Devis

chiodo fisso: «il più piccolo degli orti è esso stesso compendio dell’intero Pianeta, una metafora tessuta da fibre vegetali, terra e acqua che ci insegna un modo responsabile di vivere il palcoscenico più grande, quello fatto di fiumi, montagne, mari, pianure. L’orto dona una visione privilegiata a chi lo coltiva. Serenità e una spolverata di saggezza. Così percorriamo le geometrie di ortaggi e ne usciamo pronti per affrontare le noie quotidiane»

CHI SIAMO


Monica



“Più uno!” …è stata la mia orgogliosa esclamazione una volta uscita dal comune di Raveo dove mi ero recata per chiedere la residenza.

E’ proprio in questa terra che va pian piano spopolandosi che ho scelto di vivere. Un colpo di fulmine quello fra me e queste montagne.
Da queste parti molte persone leggono sul mio volto i tratti tipici di una “Cjargnelutte” (ragazza carnica) ma in realtà le mie origini sono bensì emiliane. Dalla comoda pianura bolognese circondata da campi prolifici e dolci colline a 28 anni sono emigrata in Carnia.

Nel piccolo paesino in provincia di Bologna dove sono nata e cresciuta vivevo un appartamento confortevole, una quotidianità fatta di un lavoro che avevo scelto, fare l’infermiera di rianimazione nel grande ospedale pubblico cittadino, e di tante abitudini che ho portato con me nelle mia nuova vita.
Tra queste: organizzare i miei spostamenti in bici, curare l’alimentazione il più possibile naturale e a km 0 facendo l’orto con il mio papà, panificare e sperimentare dolci fatti in casa, fare il sapone per l’igiene del mio corpo e i detersivi per quella della mia abitazione. Ma soprattutto il saper fare a meno di tante cose che negli anni ho capito non interessarmi.

Non sono nata “ecologista” e la mia coscienza verso la decrescita ha preso piede in modo graduale ma non casuale, come credo capiti a tanti, e con essa il desiderio di condividere le mie idee e i miei bisogni con altre persone nel tentativo di concretizzare uno stile di vita il più possibile rispettoso di me stessa e dell’ambiente.

E’ così che due anni fa, all’inizio di una ricerca nel mondo delle comunità ecologiche, ho incontrato Devis e il suo progetto.
La decisione di cambiare vita mi ha messo subito di fronte a tanti interrogativi e tante paure. Primo fra questi la volontà di trasferirmi decidendo se mantenere o meno un lavoro nel mio settore, con la consapevolezza che un impiego a tempo pieno, con doppi turni e lavoro notturno non mi avrebbe lasciato certo energie e tempo a sufficienza per partecipare attivamente al progetto e all’autoproduzione.
Ho deciso perciò di mettere un punto al mio rapporto a tempo indeterminato con l’azienda pubblica per ricercare un lavoro part-time in ambito sociosanitario.
E’ così che a tutt’oggi lavoro in un centro anziani a pochi km da casa, part-time e con la possibilità di recarmi al lavoro in bici, condizioni meteorologiche permettendo.

Sono, siamo riusciti, un po’ per merito e un po’ per fortuna, a creare forti sinergie con le nostre scelte che oggi ci permettono di vivere con e sul territorio nel suo rispetto e secondo quello che ci piace fare.
Da quando vivo qui ho incontrato tantissime persone che desiderano “cambiare” la propria vita in un senso più ecologico, ognuna ha lasciato una traccia nel mio cuore e un piccolo messaggio a conferma del fatto che di bellezza in questo mondo ce ne è tanta, dobbiamo solo prendercela e godercela!

Devis



Terra! Terra come terreno da coltivare, Terra come territorio da abitare, la Carnia. Dieci (dieci!) anni fa partii per questo viaggio chiamato pecoranera con tanta filosofia e poca pratica. Da tecnico informatico a contadino, ciclista, boscaiolo, tutto fai da te. Una spruzzata d'anarchico sentimento, l'obiettivo di sostentarmi del cibo da me prodotto, la necessità di andare contro corrente.
Di mezzo il tentativo, naufragato, di mettermi in gioco in un contesto di gruppo.

Che cosa ne rimane oggi ai ventotto rintocchi di campana? La tanta (troppa?) strada percorsa, forse un poco di fretta, e un nuovo sentire. Oggi che tanti traguardi di ieri sono diventati quotidianità mi aggrappo ad una necessità vitale: vivere il più possibile in comunione con la Natura.
Si, ho detto necessità e non obiettivo o ideale. Stare nel bosco a tagliar la legna, gironzolare tra le serre e l'orto, giocare con i semi a primavera, sudare in sella alla bicicletta valicando improbabili passi alpini: tutto ciò è per me respiro vitale.

Tuttavia ci sono ancora punti in sospeso, dettagli da sistemare, progetti non andati in porto, deviazioni...
Si può vivere da uomini moderni e contemporaneamente sentirsi intimamente collegati al Pianeta Terra? Quali scelte sono necessarie? E questo mio sentire può essere condiviso con altre persone oppure è una condizione da vivere come singolo?


©2007 Progetto Pecora Nera